Anatomia dell’ageismo. Quando la paura di invecchiare diventa discriminazione.
L’OMS L’HA MESSO NELLA SUA CAMPAGNA SULL’INVECCHIAMENTO ATTIVO COME ASPETTO DA COMBATTERE. MA COS’È DAVVERO L’AGEISMO E PERCHÉ STA SABOTANDO IL NOSTRO FUTURO?
La società che rinnega il proprio futuro
“Viviamo in una società che è gerontofobica, in cui tutti hanno paura di invecchiare. Il problema qual è? Che, se tutti devono avere paura di invecchiare, e rifiutiamo di invecchiare, vuol dire che stiamo rinnegando il nostro futuro. Perché invecchieremo”.
Non usa mezzi termini, durante la nostra intervista, Erika Borella, Professore ordinario di Psicologia dell’Invecchiamento presso l’Università degli Studi di Padova, quando parla di ageismo. E conclude: “Sembra un gioco di parole, ma non lo è”.
È un cortocircuito logico ed esistenziale: abbiamo paura di diventare ciò che inevitabilmente diventeremo. E questa paura si trasforma in discriminazione, pregiudizi, atteggiamenti che – spesso inconsapevolmente – danneggiano le persone anziane. E danneggiano noi stessi.
Cos’è l’ageismo: oltre il semplice pregiudizio
“L’ageismo è legato a tutte quelle idee, credenze errate che si hanno rispetto a quello che vuol dire invecchiare e che sono e che ti permettono di avere una lettura semplificata, ma sbagliata, della realtà con atteggiamenti che sono del pregiudizio, dello stigma”, spiega la professoressa Borella, che collabora con AltaVita-IRA in alcuni progetti di ricerca.
Ma c’è un elemento insidioso: “Tutti quegli atteggiamenti che si mettono in atto involontariamente e che vanno a discriminare poi la persona anziana”.
L’ageismo, quindi, non è solo una forma esplicita di discriminazione. È un insieme di credenze e comportamenti che permeano la nostra società, spesso senza che ce ne rendiamo conto. È nel linguaggio che usiamo, nelle assunzioni che facciamo, nelle aspettative che nutriamo verso le persone anziane.
I falsi miti che alimentano l’ageismo
La professoressa Borella è categorica: “Ci sono tutta una serie di falsi miti riguardo a cosa vuol dire invecchiare. Ma ce ne sono veramente tanti!”.
Eccone alcuni tra i più diffusi e dannosi:
Falso mito 1: C’è una perdita neurale inevitabile
“Ma non è vero; c’è quando c’è una demenza, se no c’è comunque neurogenesi”. La perdita di neuroni non è una conseguenza automatica dell’invecchiamento, ma solo di patologie specifiche. Un cervello sano continua a produrre nuovi neuroni.
Falso mito 2: L’anziano non può apprendere
“Assolutamente non è vero”. La capacità di apprendimento si mantiene nell’invecchiamento normale. Possono cambiare i tempi e le modalità, ma l’apprendimento resta possibile.
Falso mito 3: Il cervello dell’anziano non è flessibile
“Ci sono anche studi che mostrano che anche nelle fasi di pre-dementia, c’è una flessibilità. Cioè, quindi c’è possibilità di fare qualcosa”.
Questi falsi miti non sono innocui. Creano aspettative negative, limitano le opportunità, giustificano l’esclusione. E, come vedremo, finiscono per essere interiorizzati dalle stesse persone anziane.
Lo stereotipo interiorizzato: quando gli anziani discriminano se stessi
Forse l’aspetto più insidioso dell’ageismo è quello che la professoressa Borella definisce stereotipo interiorizzato, o auto-ageismo.
“Come quando si sentono alcune persone, anche over 80, che dicono: ‘Io con quegli anziani non ci vado’, ma ci va benissimo. ‘Ma guarda quello com’è messo’, è messo come te”.
È un meccanismo psicologico di difesa: distanziarsi dall’immagine negativa dell’anziano permette di mantenere un’immagine di sé più positiva. Ma è un’illusione che impedisce di affrontare costruttivamente il proprio invecchiamento.
L’impatto concreto dell’ageismo sulla salute
Le conseguenze dell’ageismo non sono solo psicologiche. La professoressa Borella spiega come, nei suoi interventi per potenziare la memoria nell’invecchiamento tipico, sia necessario lavorare preliminarmente sulle credenze.
“Tutti i nostri interventi vanno a lavorare inizialmente, prima di insegnare le strategie, sulle credenze, le idee che le persone hanno rispetto a quello che vuol dire invecchiare e anche a come funziona la memoria”.
Questa fase è chiamata metacognitiva: “Sono le riflessioni che io faccio su come funziono e anche su come penso che sia l’invecchiamento”.
E qui emerge un meccanismo cruciale: “Se io penso che l’invecchiamento sia un qualcosa di biologicamente determinato, io ti posso insegnare la migliore e più efficace strategia di questo mondo, ma, a parte la fatica che fai per impararla, dopo non la usi. Perché tanto, dopo, tu torni all’idea che non si possa fare nulla”.
L’ageismo interiorizzato diventa una profezia che si autoavvera: se credo che il declino sia inevitabile, non metterò in atto comportamenti protettivi. E il declino diventerà più probabile.
La società che non aiuta: pubblicità, stereotipi e paura
“La società non ci aiuta per niente, se non abbinando poi pubblicità a leggere, pantaloni e così via”, commenta con una punta di ironia la professoressa Borella.
L’invecchiamento viene rappresentato quasi esclusivamente come un problema da nascondere, correggere, contrastare. I messaggi mediatici raramente mostrano anziani attivi, competenti, in evoluzione. Prevale l’immagine della fragilità, della dipendenza, del declino.
“C’è una sorta di rifiuto del dell’invecchiare come società?”, abbiamo chiesto a Borella: “E questo, infatti, è l’ageismo. Questo è il problema. È, quando dicevo, siamo in una società gerontofobica. Non è un rifiuto, è una paura. Perché, comunque, non è una passeggiata, eh. Cioè, se anche invecchi bene, ci sono tutta una serie, poi, di sfide e di cambiamenti, e non sono da poco”.
Combattere l’ageismo: un imperativo dell’OMS
“Non è un dettaglio che l’OMS l’ha messo nella sua campagna sull’invecchiamento attivo come un aspetto da combattere, questo ageismo”, sottolinea la professoressa Borella.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto l’ageismo come una barriera fondamentale all’invecchiamento sano. Non è solo una questione di diritti civili o di correttezza: è una questione di salute pubblica.
Ridefinire l’età: una rivoluzione necessaria
Parte della battaglia contro l’ageismo passa attraverso una ridefinizione di cosa significa essere anziani.
“Adesso le nuove società scientifiche fanno iniziare l’invecchiamento dai 74 anni. I sessantenni di oggi sono i cinquantenni di 15 anni fa”, spiega la professoressa Borella.
Quando si osserva che i sessantenni si vestono come i ventenni, la risposta è illuminante: “Attenzione. Siamo noi che siamo rimasti all’idea che a 60 anni o a 64 si sia vecchi, perché siamo rimasti all’idea: 64 anni=pensione=vecchio”.
Il collegamento automatico tra pensionamento e vecchiaia è un costrutto sociale, non biologico. “Non si può pensare che con questa speranza, questo allungamento della vita, un sessantenne sia anziano”.
How old are you? La lingua che rivela il pregiudizio
La professoressa Borella fa notare una differenza linguistica rivelatrice: “In italiano diciamo: ‘Quanti anni hai?’. In inglese la domanda è: ‘How old are you?’ (Quanto vecchio sei?). Quindi ti dice: ‘Di quanti mesi è vecchio il tuo figlio’, che può avere anche poche settimane”.
In inglese, l’invecchiamento viene linguisticamente riconosciuto come un processo che inizia dalla nascita. Non c’è una soglia magica oltre la quale si diventa “vecchi”. È un processo continuo, universale.
“Quindi, davvero, l’importanza di provare a leggere in modo diverso quello che sta succedendo”, conclude.
Dalla protezione alla preparazione
Il cambio di paradigma che la professoressa Borella propone è radicale: passare dalla protezione (l’ageismo come difesa psicologica) alla preparazione.
Significa riconoscere che l’invecchiamento comporta sfide reali, ma anche opportunità. Significa investire precocemente in salute fisica e cognitiva. Significa sviluppare una cultura della prevenzione e del check-up cognitivo. Significa sfatare i falsi miti e costruire narrazioni più ricche e accurate dell’età avanzata.
“Sicuramente alcuni passetti ci sono, ma sono molto pochi, sono molto pochi”, ammette la professoressa. Il cambiamento culturale richiede tempo.
Un invito all’azione
Combattere l’ageismo non è solo un dovere etico verso le persone anziane di oggi. È un atto di cura verso noi stessi domani.
Ogni volta che ridiamo di una battuta sugli anziani smemorati, stiamo rinforzando uno stereotipo. Ogni volta che assumiamo che un sessantacinquenne non possa imparare una nuova tecnologia, stiamo creando una barriera. Ogni volta che pensiamo “da vecchio starò male”, stiamo costruendo una profezia negativa.
La buona notizia? Possiamo cambiare. Possiamo educarci sui falsi miti, possiamo riconoscere i nostri pregiudizi, possiamo costruire una società che non ha paura del proprio futuro.
Come dice la professoressa Borella: “Di cose da fare ce ne sono tante, pian pianino”.
Il primo passo è riconoscere che l’ageismo esiste, è pervasivo, e ci riguarda tutti. Il secondo è decidere di fare qualcosa. Il terzo è iniziare, oggi.
Perché invecchieremo. Tutti. E possiamo scegliere se farlo con paura e pregiudizio, o con consapevolezza e progettualità.
Padova, 23 febbraio 2026
Erika Borella è Professore ordinario di Psicologia dell’Invecchiamento presso l’Università degli Studi di Padova. Collabora con AltaVita-IRA su progetti di ricerca. Quelli in corso sono dedicati alla qualità di vita degli anziani, all’impatto delle difficoltà uditive e alla percezione dell’invecchiamento nelle persone con disturbi neurocognitivi.

