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“Donna e Diritti”: quando la storia si racconta.

20/05/2026 12:12

Al Centro Servizi Beato Pellegrino di AltaVita-IRA, la conferenza di Luisa Bonetti apre una finestra su storia, impegno, memoria e battaglie ancora aperte. All’interno del progetto «Il Filo Giallo».

C’è un momento, nelle conferenze riuscite, in cui il confine tra chi parla e chi ascolta smette di esistere. Mercoledì 13 maggio al Centro Servizi Beato Pellegrino di AltaVita-IRA quel momento è arrivato quando, nel bel mezzo della presentazione, alcune ospiti in sala hanno cominciato a raccontare. Episodi di vita propria. Cose vissute in prima persona. La storia che entra nella sala dalla porta principale.

La relatrice si chiama Luisa Bonetti. Ospite del nostro Pensionato Piaggi, ex professoressa, con quelle che gli appunti dell’evento definiscono con garbo “ottime capacità comunicative” — che è il modo sobrio di dire che sa tenere una sala. L’argomento scelto: “Donna e Diritti: la lunga e faticosa strada per conquistarli”. Ventisei diapositive, duemila anni di storia, un pubblico che in molti casi quella storia l’ha vissuta.

Un viaggio dall’antichità a oggi, con le croci sui diritti ancora da spuntare

La presentazione di Luisa Bonetti ha un’architettura visiva precisa ed efficace: ogni slide mostra, sulla sinistra, un elenco di diritti — voto, istruzione, uguaglianza, proprietà, lavoro, libertà di movimento — con le croci rosse sopra quelli ancora negati. Col passare delle epoche, le croci si riducono. Non spariscono mai del tutto, fino alle slide più recenti.

Il viaggio parte dall’antica Grecia: ad Atene la donna era per legge un’eterna minorenne, senza diritti né legali né politici. A Sparta godeva di maggiore libertà di movimento e di educazione fisica — ma solo per partorire figli sani. Nell’antica Roma non poteva fare testamento né disporre dei propri beni, ed era tutelata dall’uomo in quanto ritenuta di «inferiore natura». Un’inferiorità che non era un’offesa personale, ma una categoria giuridica.

Nel Medioevo europeo le donne lavoravano — nei campi, nelle botteghe, come ostetriche, nei monasteri — ma continuavano a non votare, non possedere, non istruirsi. Tranne le eccezioni che la storia ricorda proprio perché eccezionali: Costanza d’Altavilla, regina sovrana di Sicilia. Caterina da Siena, teologa. Giovanna d’Arco, eroina militare. Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa. Donne che avevano trovato le fessure nei muri e ci erano passate.

Ci sono poi le donne venete tra il Cinquecento e il Settecento: Gaspara Stampa, poetessa. Lucrezia Corner Piscopia, che nel 1678 si laureò in filosofia all’Università di Padova — prima donna al mondo a ottenere una laurea universitaria. E Caterina Dolfin, intellettuale settecentesca che frequentava caffè, teatri e casini, e ne aprì uno lei stessa: una forma di resistenza culturale che aveva il sapore della provocazione.

Il Novecento: i diritti uno a uno, sempre in ritardo

È nel Novecento che la storia accelera, e la presentazione di Luisa Bonetti ha il merito di non condensarla in una vaga idea di «progresso», ma di nominarla data per data, legge per legge. Perché dietro ogni conquista c’è una battaglia specifica, spesso lunga, spesso ostacolata fino all’ultimo.

Il 1° febbraio 1945: con decreto luogotenenziale viene riconosciuto alle donne italiane il diritto di voto — ma non ancora quello di essere elette. Bisognerà aspettare il marzo 1946, con un secondo decreto approvato a pochi giorni dalla scadenza per la presentazione delle liste elettorali, quasi di soppiatto. Il 10 marzo 1946 le italiane votano per la prima volta nelle elezioni amministrative. Il 2 giugno votano per la prima volta a livello nazionale. Ottant’anni fa.

Da quel voto nascono le prime sindache della storia italiana: tredici donne elette lo stesso giorno in altrettanti comuni, da Massa Fermana nelle Marche a Veronella nel Veneto. E nasce la prima parlamentare padovana: Lina Merlin, eletta all’Assemblea Costituente e poi al Senato, dove nel 1948 è la prima donna a prendere la parola a Palazzo Madama.

Ma il lavoro continua, lentamente. Nel 1956 arriva la parità retributiva per legge. Nel 1963 è finalmente vietato licenziare una donna per il fatto di essersi sposata — una norma che nel 2026 suona grottesca, ma che all’epoca era una conquista. Nello stesso anno le donne ottengono il diritto di accedere a tutte le professioni pubbliche, compresa la magistratura: nel 1964 Letizia De Martino, a soli 27 anni, diventa la prima donna giudice d’Italia.

Solamente nel 1976 Tina Anselmi (altra veneta, ex partigiana) diventa la prima ministra della Repubblica. Nel 1999 le donne entrano nelle Forze Armate. Nel 2025 Simonetta De Guz diventa il primo Generale di Divisione donna nella storia militare italiana.

Ogni “prima volta” è la prova che quella porta era chiusa prima. Ogni record infranto è la traccia di un divieto che è durato troppo a lungo.

La sala che si fa memoria viva

Ma il momento più intenso del pomeriggio non è stato nelle slide. È stato quando, dopo la presentazione, parte del pubblico ha preso parola. Ospiti che ricordano, che collegano, che riconoscono nelle date proiettate sullo schermo frammenti della propria vita: una legge entrata in vigore quando avevano trent’anni, un diritto che non esisteva quando erano bambine, una «prima volta» a cui forse avevano partecipato senza saperlo del tutto.

È quello il senso più profondo del progetto «Il Filo Giallo»: non la storia raccontata agli anziani, ma la storia raccontata con gli anziani. Le ospiti di AltaVita-IRA non sono spettatrici passive di un percorso culturale — sono depositarie viventi di una memoria che quel percorso va a cercare, a onorare, a restituire.

Il Filo Giallo e le prossime tappe

La conferenza di Luisa Bonetti è il secondo grande appuntamento del progetto «Il Filo Giallo — Le donne dall’8 marzo al 2 giugno 2026», elaborato dal servizio educativo-animativo di AltaVita-IRA. Il filo parte dal 19 marzo, con la visita alla mostra su Maria Bonino al Chiostro Giustinianeo di Padova — la storia di una medica del CUAMM morta in Africa nel 2005 curando i malati di Marburg, e che una delle ospiti partecipanti aveva conosciuto di persona decenni prima in un convegno a Padova.

Nel mezzo, il progetto ha già trovato spazio per le storie delle donne inventrici — da Margaret Knight, ideatrice della macchina per i sacchetti di carta, alle tante altre che hanno contribuito a oggetti di uso quotidiano senza che la storia ne tenesse conto — e per la lettura dell’albo illustrato «Mimose in fuga», che racconta la storia di Mimì, un rametto di mimosa che l’8 marzo decide di rivendicare il proprio ruolo di simbolo e non di semplice regalo.

Il prossimo appuntamento sarà la proiezione di «C’è ancora domani» di Paola Cortellesi — film che nel 2023 ha riaperto in tutta Italia una conversazione necessaria su stereotipi, sopraffazione e diritto di scelta. La data sarà comunicata prossimamente.

Il filo giallo — sottile, tenace, color mimosa — non si è ancora spezzato. E c’è ancora molto da cucire.



Padova, 20 maggio 2026


Note

AltaVita-IRA (Istituzioni Riunite di Assistenza) è un ente pubblico (IPAB) con sede in Piazzale Mazzini 14 a Padova. Gestisce il Centro Servizi Beato Pellegrino (390 p.l.), il Centro Servizi G.A. Bolis a Selvazzano Dentro (100 p.l.), il Pensionato Piaggi (60 p.l. per autosufficienti) e i Centri Diurni Monte Grande di Selvazzano e Casa Famiglia Gidoni in zona Terranegra (30 posti ciascuno). Complessivamente assiste quindi circa 600 anziani. Siti web: www.altavita.orgwww.altavitanews.it