Operazione Longevità: come prepararsi alla rivoluzione demografica che cambierà il Veneto
UN FENOMENO SENZA PRECEDENTI NELLA STORIA DELL’UMANITÀ RICHIEDE UN CAMBIO DI PARADIGMA: DALLA PAURA ALLA PREPARAZIONE. LE RIFLESSIONI DELLA DOCENTE UNIVERSITARIA ERIKA BORELLA.
Il dato che non possiamo ignorare
Tra 25 anni, il 34% della popolazione veneta avrà più di 65 anni. Gli over 80 raddoppieranno. Saranno, saremo il doppio. Non un vibrante +5%, o l’impercettibile 0,1% del PIL italiano odierno. Il doppio.
Non sono proiezioni catastrofiste, ma la fotografia di una trasformazione già in atto, un trend “schiacciante” – come lo definisce la docente Erika Borella, Professore ordinario di Psicologia dell’Invecchiamento presso l’Università degli Studi di Padova, che collabora con AltaVita-IRA su progetti di ricerca dedicati alla qualità di vita degli anziani.
“È la prima volta nella storia dell’uomo che si vive così a lungo. Questo sicuramente è un aspetto veramente straordinario, è un fenomeno epocale”, afferma la professoressa Borella, durante la nostra intervista. Ma aggiunge subito: “L’invecchiamento è un fenomeno estremamente complesso, perché non riguarda solo il nostro corpo, non riguarda solo la nostra mente, riguarda anche aspetti sociali”.
La domanda non è se questo cambiamento avverrà, ma come lo affronteremo. E soprattutto: siamo preparati?
L’ottimismo della progettualità
Di fronte ai numeri, la tentazione del pessimismo è forte. Ma la professoressa Borella sceglie un’altra strada: “In questo caso sono ottimista. Nel senso che l’essere pessimisti non porta a nessun tipo di prospettiva e di progettualità”.
Il punto nodale è proprio questo: la progettualità. Invecchiare a lungo è una conquista straordinaria della nostra epoca, ma richiede preparazione. “La cosa su cui – come professioniste cliniche – stiamo lavorando è di promuovere una cultura dell’invecchiamento, che vada ad evidenziare l’importanza di prepararsi, perché è la prima volta che si invecchia così a lungo. Quindi dobbiamo essere preparati a diventare anziani. Adesso abbiamo fatto un vademecum che stiamo completando e che si chiama proprio Operazione Longevità. Per far capire che non è una roba che puoi preparare all’ultimo minuto. Così come anche l’attenzione, altri capisaldi dell’invecchiamento possono essere l’attività fisica, no? Che, se ben fatta da giovani, ti dà una struttura, ma devi continuare a farla. Cioè, tu puoi anche essere stato un atleta, il miglior atleta, ma se poi non vai avanti, la struttura non regge. E non ti metti a fare pesi se hai 80 anni se non li hai mai fatti, ad esempio. Così come l’alimentazione, no? E così come l’idratazione e così come anche lasciare uno spazio alla propria spiritualità, che può comprendere anche la religiosità.”
La preparazione non si improvvisa a 70 anni
Qui emerge uno dei concetti più dirompenti dell’intervista: “È una preparazione, dal mio punto di vista, perché non si può pensare di arrivare a 70 anni e dire: ‘Ok, adesso cambio.’ No. È impensabile”.
La professoressa Borella fa un calcolo preciso: se lavoriamo dai 30 ai 70 anni, sono 40 anni in cui investiamo solo nel lavoro. “Se ho investito solo nel lavoro, chiaramente invecchiare diventa davvero una sfida importante. Se non ho mai adottato certe abitudini o un certo stile di vita, diventa più complesso poi modificarlo quando le abitudini sono consolidate”.
La lezione è chiara: prepararsi all’invecchiamento significa costruire, giorno dopo giorno, uno stile di vita sostenibile nel tempo. Non è qualcosa da rimandare al pensionamento.
La prevenzione come prima forma di cura
Parallelamente alla preparazione, la professoressa Borella sottolinea l’importanza di una “cultura della prevenzione, che è la prima forma di cura”. E qui introduce un concetto innovativo: il check-up cognitivo.
“È vero che la testa non fa mai male, no? E quindi, uno dice: ‘Vabbè, comunque sto invecchiando.’ Però, bisogna anche che le persone inizino a essere sensibilizzate su fare dei check-up delle proprie abilità mentali”. Precisa subito: “Non è un esame neuropsicologico, è proprio un check-up. Perché poi quando le persone arrivano dal geropsicologo, ecco, lì vuol dire che c’è già un problema”.
La differenza è sostanziale: “Un conto è compensare, un conto è, invece, andare a potenziare quando ancora tutte le abilità ci sono”.
Dal 2008, il team della professoressa Borella porta avanti campagne di sensibilizzazione, stipula convenzioni con associazioni di pensionati e poliambulatori. “C’è chi risponde e chi no. Ci sono realtà che sono molto sensibili”, commenta. Ma è evidente che si tratta di un cambiamento culturale epocale, che richiede tempo e costanza.
Ridefinire cosa significa essere anziani
Forse il cambiamento più radicale riguarda la definizione stessa di “anziano”. La professoressa Borella è netta: “Adesso nelle nuove società scientifiche si fa iniziare l’invecchiamento dai 74 anni. I sessantenni di oggi sono i cinquantenni di 15 anni fa. Quindi, non si può pensare che, con questa speranza, questo allungamento della vita, un sessantenne sia anziano”.
Siamo rimasti ancorati a vecchi paradigmi: “Siamo noi che siamo rimasti all’idea che a 60 anni o a 64 si sia vecchi, perché siamo rimasti all’idea: 64 anni=pensione=vecchio“. Ma la realtà è cambiata, e deve cambiare anche il nostro modo di pensare.
“La soglia dell’anzianità si è spostata in avanti. E quindi, vuol dire che lavoriamo molto più a lungo. Bene o male, non lo so, dipende sicuramente dal tipo di mestiere – riflette la docente dell’ateneo patavino – Ma una cosa è certa: dobbiamo ripensare l’arco della vita e distribuire diversamente energie, investimenti personali e aspettative.
La ricerca che cambia prospettive
I progetti di ricerca condotti dalla professoressa Borella in collaborazione con AltaVita-IRA stanno fornendo dati preziosi per comprendere meglio l’invecchiamento. Il primo progetto, recentemente concluso e che ha coinvolto oltre 600 persone in diverse RSA, ha utilizzato uno strumento innovativo chiamato Quality VIA per valutare direttamente dalla voce dei residenti – anche con disturbi neurocognitivi moderati – la loro percezione della qualità di vita.
“Risultava da questo strumento che tutti i residenti intervistati riportavano una buona qualità di vita. Era un bel risultato anche per la struttura, al di là della statistica e dei numeri, era tra virgolette un riconoscimento”, racconta la professoressa.
Attualmente sono in corso altri due progetti: uno sulla relazione tra udito e qualità di vita in RSA, e un altro su come le persone con disturbi neurocognitivi residenti in struttura percepiscono il proprio invecchiamento, confrontandole con la popolazione autonoma.
Un futuro da costruire, non da temere
La rivoluzione demografica in corso non è una minaccia, ma una sfida che richiede visione e azione. Come conclude la professoressa Borella: “Di cose da fare ce ne sono tante, pian pianino”.
L’invecchiamento non è più un evento da subire passivamente, ma un processo da progettare attivamente. Richiede investimenti precoci in salute fisica e cognitiva, richiede una cultura della prevenzione, richiede il superamento di stereotipi obsoleti.
Il Veneto del 2050, con il suo 34% di over 65, sarà quello che costruiremo oggi. Non nei reparti geriatrici, ma nelle palestre, nelle scelte alimentari quotidiane, nei check-up cognitivi, nel modo in cui parliamo e pensiamo all’invecchiamento.
Operazione Longevità non è uno slogan: è un imperativo. E il momento per iniziare è adesso, qualunque sia la nostra età.
Padova, 30 marzo 2026
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La professoressa Erika Borella è Professore ordinario di Psicologia dell’Invecchiamento presso l’Università degli Studi di Padova. Collabora con AltaVita-IRA su progetti di ricerca dedicati alla qualità di vita degli anziani, all’impatto delle difficoltà uditive e alla percezione dell’invecchiamento nelle persone con disturbi neurocognitivi.


